© 2020 Foto e Testi: Carmelinda Giannone e Toni Romani

Breve introduzione alla terminologia più comune in ambito conservazionistico e breve trattazione di alcune patologie e conservazione della fauna

1Università degli Studi di Padova Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione Corso di Alta Formazione Conservation Education.

 

 

 

Abstract  

Si descrivono alcuni concetti di uso comune nel linguaggio conservazionistico anche dal punto di vista cronologico appartenenti a diversi ambiti multidisciplinari afferenti alle scienze e non solo per una maggiore comprensione privilegiando una trattazione essenziale e comprensibile.

Sempre con lo scopo della conservazione della biodiversità si sono trattate alcune patologie comuni della fauna selvatica visto l’importanza e la dimensione preoccupante che a volte assumono anche grazie al contributo spesso dannoso dei mezzi d’informazione.

 

 

 

Discussion

 

Cos’è la biodiversità?

Conservare la natura vuol dire preservare la biodiversità. Termine spesso usato nel linguaggio comune facendone anche un abuso e utilizzato frequentemente in modo improprio dai media.

La definizione adottata dalla Wildlife Conservation Society seconda la quale si definisce biodiversità la “ricchezza, abbondanza e variabilità di specie vegetali e animali e delle comunità biologiche, e delle relazioni ecologiche che tali componenti contraggono tra loro e con il suolo, l’aria e l’acqua”. Tre “parole chiave”: ricchezza, abbondanza e variabilità.

Per ricchezza si intende il numero di specie censite in un certo biotopo [1] o regione geografica. Nei luoghi dove le specie sono numerose va da se che la ricchezza sarà elevata (barriere coralline, foreste pluviali). Con il termine “abbondanza” si introduce il concetto riferito alla numerosità delle popolazioni di una data specie. Quando alcune specie prevalgono numericamente sulle altre, si chiameranno dominanti sulle altre.Il concetto di ricchezza si riferisce ad una scala dimensionale ben precisa, ossia quello della specie (diversità specifica). Il terzo termine, “variabilità”, è invece riferito ad una scala di maggior dettaglio, quella della “variabilità genetica” all’interno della popolazione di un data specie. Se all’interno di una popolazione abbiamo un’elevata variabilità genetica questo non può altro che significare di evitare problemi immediati, quali l’espressione di geni nocivi, e la prospettiva che almeno alcuni individui siano in grado di fronteggiare cambiamenti ambientali in quanto “preparati” a rispondere ad essi. In altre parole si ha una maggiore probabilità di sopravvivenza nel tempo.

 

Cos’è una specie?

Il concetto di specie, nel tempo, ha subito sostanziali modificazioni. Si sottolinea che le diverse definizioni non hanno solo titolo per un uso puramente accademico ma una “buona specie” quanto più risulterà di maggiore interesse conservazionistico tanto più sarà capace di attrarre fondi e sforzi  per la tutela , di quanto non sarebbe se risultasse una sottospecie di una specie più ampiamente diffusa e, magari, con numeri alti (come testimoniato nel lavoro di Tommaso Sandri “Evaluating the habitat selection of the critically endangered mountain bongo considering the influence of elephants in the Aberdare National Park, Kenya” VI Convegno Nazionale della Ricerca nei Parchi 2 - 4 ottobre 2015 Bussolengo, Verona).

I tratti comuni per definire una specie sono anzitutto entità storiche, vale a dire insiemi di individui imparentati tra loro dei quali, a ritroso, possiamo identificare o ipotizzare, una origine comune. Le specie hanno una “nascita” e una “morte” vale a dire l’estinzione. Altro elemento comune è il fatto che identifichiamo un insieme di individui che condivide dei caratteri (morfologici o molecolari) comuni. Infine per gli organismi con riproduzione sessuale, possiamo affermare che le specie costituiscano comunità riproduttive.

Analizzando concettualmente le principali definizioni la più antica storicamente è quella cosiddetta della specie morfologica o morfospecie (individui che presentano un alto livello di somiglianza), oggi completamente superata. Un concetto di specie ancora ampiamente citato è quello biologico (Ddozhansky e Mayr) ovvero un insieme riproduttivo di popolazioni caratterizzato da una certa nicchia ecologica [2].

Una definizione di specie oggi frequentemente invocata è quella di Simpson, o del concetto evolutivo di specie: appartengono alla stessa specie gli individui facenti parte di una sola linea evolutiva di popolazione antenato - discendenti che mantiene distinta la propria identità rispetto ad altre  linee evolutive simili e che manifesta distinte tendenze evolutive e un proprio destino storico.

Per completezza si accenna anche il concetto filogenetico di specie, in base a cui quest’ultima è un raggruppamento minimo (ossia non ulteriormente riducibile) di individui distinto diagnosticamente da altri entro cui si osserva una relazione antenato - discendente.

 

Che cos’è un ecosistema?

Siccome la conservazione si pone l’obbiettivo di preservare le specie e gli ecosistemi e anche se trattato sinteticamente corre l’obbligo, di illustrare il concetto di ecosistema. Il termine ecosistema fu proposto da Tansley (1935) che lo definì “il sistema formato dalle relazioni intercorrenti fra un complesso di organismi che vivono in una regione e l’insieme dei fattori fisici che formano il loro ambiente”. E’ significativo che furono un fisico (Lotka) e un biologo (Tansley) i padri di un concetto che, da entrambi i punti di vista, sfociava comunque nella identificazione del sistema in una unità funzionale della biosfera. Si pose l’accento sul flusso di energia nell’ambito di un sistema indiviso.

L’interazione fra la componente abiotica [3] e quella biotica [4] fu sottolineata da Lindemann (1942), che definì l’ecosistema come “un sistema composto da processi fisici, chimici e biologici in una unità di spazio e di tempo” e da Whittaker (1953), secondo il quale l’ecosistema è “un sistema funzionale che include un insieme di organismi in interazione (piante, animali, saprofiti [5]) e il loro ambiente, che interagisce con essi”. Odum (1971) introdusse nel concetto la struttura trofica, legata a flussi di energia e a circolazione di materia, fornendo una definizione più complessa: l’ecosistema è “l’insieme degli organismi che vivono in un’area, che interagiscono fra loro e con l’ambiente fisico in modo che un flusso di energia che lo attraversa porta a una definita struttura trofica, a una diversità biotica e una circolazione di materia nel sistema”. Con Begon, Harper e Townsend (1988) fu sottolineato l’aspetto genetico, che agisce sulla dinamica delle popolazioni in conseguenza della pressione selettiva operata dai fattori ambientali, mentre Rowe (1984), pochi anni prima, si era spostato dalla popolazione e dalla comunità a un livello gerarchico superiore, in cui egli riteneva di identificare il significato unitario: il paesaggio come insieme organizzato di ecosistemi, o sistema di ecosistemi.

Quello che accomuna tutte le definizioni è il fatto che esse parlano di un sistema complesso, un insieme integrato di parti interagenti fra loro. Va aggiunto che gli ecosistemi non sono sistemi chiusi bensì aperti, cioè capaci di interagire con altri sistemi.

 

Patologie e conservazione delle specie

Gli animali selvatici sono soggetti a numerose patologie, alcune delle quali possono anche trasmettersi all’uomo (e viceversa), direttamente o a seguito di mutazioni a carico dell’agente patogeno primario. Si stima che il 70% circa delle zoonosi originino dalla fauna selvatica. Negli ultimi anni, alcune di queste patologie sono state portate all’attenzione del pubblico dai mass - media, spesso con distorsioni, inesattezze, allarmismi o sottovalutazioni. A titolo di esempio si descrivono alcune patologie a carico della fauna selvatica che hanno assunto una dimensione preoccupante dal punto di vista della conservazione della biodiversità.

 

Cimurro

I morbillivirus sono virus ad RNA e appartengono alla famiglia Paramixoviridae. oltre al ben noto morbillo umano, includono anche il cimurro del cane o canine distemper virus (CDV), il cimurro delle foche (PDV), delle focene (PMV), dei delfini (DMV), il virus della peste bovina (RPV) e quello della peste dei piccoli ruminanti (PPRV). Diversi casi di spiaggiamento dei cetacei sono stati attribuiti ai morbillivirus. Nel caso del (CDV) esso si manifesta sia in forma acuta, con sintomi respiratori e gastro - enterici, sia in forma cronica, che attacca il sistema nervoso e comporta un’elevata mortalità. Diverse specie di mammiferi ne sono vittime, incluso canidi selvatici, mustelidi, procioni, ursidi, felidi, ienidi e viverridi (Deem et al., 2000). Nel 1994 un’epidemia esplosa nel Parco del Serengeti, in Tanzania, ha colpito il 30% dei circa 3000 leoni presenti, con manifestazioni soprattutto a carico del sistema nervoso. Si stima che fino al 50% dei soggetti ammalatisi sia deceduto. In quel caso il virus sarebbe passato dai circa 30000 cani domestici presenti nel territorio alle iene, e da questi ai leoni (Cleveland et al., 2000). Essendo i leoni del Serengeti nomadici, possono aver diffuso il virus su  un’ampia area. Un’altra specie minacciata dalle epidemie di CDV è il licaone, uno dei mammiferi africani maggiormente a rischio. Il caso del CDV è un ottimo esempio di come il contatto tra specie domestiche e selvatiche possa risultare una forte minaccia per la diversità biologica. La prevenzione costituisce il miglior modo per evitare problemi di così grave entità.

 

Chitridiomicosi

La chitridiomicosi è una delle più pericolose minacce di sopravvivenza degli anfibi. E’ una patologia trasmessa da un fungo, Batrachochytrium dendrobatidis, descritto solo sul finire degli anni ’90, che colpisce gli adulti di molte specie (350 accertate) e che si manifesta su scala globale, Italia compresa, con livelli di mortalità spesso elevati. Il fungo evoluto probabilmente in tempi recenti al momento è ampiamente generalista. Si propaga a mezzo liquido sotto forma di spore flagellate e attacca la cute degli anfibi, organo importantissimo per la respirazione, riproducendosi al di sotto di essa e provocando la morte dell’ospite.

 

Ebola [6]

La terribile febbre emorragica trasmessa dai virus del genere Ebolavirus si è manifestata essenzialmente in Africa centrale e occidentale. Il virus prende il nome dalla Valle del Fiume Ebola (Congo). La malattia, letale, comporta il danneggiamento delle pareti interne dei vasi sanguini e la compromissione della capacità di coagulazione del sangue. Le epidemie prima si manifestano negli animali e possono esplodere nelle comunità umane. Studi effettuati in numerose specie selvatiche hanno identificato in alcuni pipistrelli frugivori tropicali i potenziali serbatoi (ospitando il virus e non manifestando i sintomi), mentre le epidemie sono state registrate in gorilla, scimpanzé e certe antilopi. Sebbene il meccanismo di trasmissione non sia completamente chiarito, è stato proposto che i frutti mangiati parzialmente dai chirotteri, infettati dalla loro saliva, cadano al suolo e siano consumati da scimmie e antilopi, in cui la malattia è mortale. Nell’uomo la malattia si innesca poi attraverso il contatto con le carcasse degli animali morti. Il bushmeat costituisce una via elettiva per la trasmissione del virus. Insieme con la deforestazione e la caccia, Ebola costituisce la più grande minaccia alla sopravvivenza dei gorilla e degli scimpanzé. La formazione di gruppi e l’elevata socialità di questi primati favoriscono e accelerano il contagio (Caillaud et al., 2006). C’è evidenza di una trasmissione respiratoria di Ebola nei primati non umani.

 

Influenza aviaria

I virus dell’influenza (gen. Orthomyxovirus) si manifestano negli uccelli selvatici e domestici e possono, in alcuni casi, trasmettersi all’uomo. Nonostante tali virus nel passato siano stati comunemente isolati negli uccelli, esse avevano manifestato bassa patogenicità. Tra il 1997 e il 2003 si assiste alla propagazione del virus H5N1, che esplode in modo epidemico nel 2003 interessando in pochi mesi 10 Paesi asiatici, dove oltre gli uccelli colpiti si registrano anche casi a carico dell’uomo, tra cui alcuni con esito letale. Il fenomeno è nuovo per diversi aspetti: l’infezione si trasmette con cariche virali basse; e nonostante non siano stati identificati “serbatoi” nelle popolazioni selvatiche, il virus si annida soprattutto in allevamenti all’aperto di anatre, quali quelli realizzate nelle risaie dell’Estremo Oriente. Nelle anatre spesso il virus è presente senza segni clinici evidenti. La trasmissione virale è strettamente legata alla produzione commerciale intensiva e alle attività di mercato realizzate in assenza delle necessarie precauzioni di carattere igienico.

Oltre al rischio per gli uomini, il virus costituisce anche un rischio conservazionistico in quanto può produrre mortalità di massa negli uccelli selvatici. Nonostante non sia ancora chiaro quanto le specie selvatiche giochino un ruolo significativo nella trasmissione del virus, si conosce un solo caso di persona contagiata dal contatto con un cigno morto infetto; gli altri casi riguardanti l’uomo sono stati attribuiti in generale al contatto con pollame.

 

White Nose Syndrome

La cosiddetta “sindrome del naso bianco” (WNS) è una misteriosa e letale malattia che colpisce i chirotteri comparsa per la prima volata negli Stati Uniti nel febbraio 2006. Si chiama così perché gli animali affetti presentano una caratteristica formazione fungina bianca che ricopre il muso oltre che le membrane alari. Nei soggetti in letargo, la sindrome implica perdita di peso e anomalie comportamentali. Nelle specie finora colpite sul territorio USA, la WNS si è rilevata mortale, con oltre un milione di chirotteri uccisi. Nonostante il fungo Gemyces destructants, sia stato anche isolato in Europa, nel nostro continente per fortuna non si è registrata alcuna situazione di WNS, con mortalità di massa. Secondo alcuni autori il fungo si sarebbe evoluto proprio nel Vecchio Continente. Alcuni ritengono, inoltre, che il fungo possa essere non la causa della WNS ma solo il risultato di un’infezione opportunista in animali debilitati da altre cause.

 

 

 

Note

 

[1] Luogo caratterizzato da un dato ecosistema.

[2] L’insieme delle condizioni e delle risorse nei cui ambiti un individuo, o una specie, sopravvivono o si riproducono.

[3] Sostanze inorganiche, composti organici (proteine, lipidi, carboidrati, humus), regime climatico.

[4] Produttori (piante verdi), macroconsumatori (per la maggior parte animali) e microconsumatori (per la maggior parte batteri e funghi).

[5] Organismi che si nutrono di materia organica morta o in decomposizione.

[6] - Hunting Ebola’s Origins 

     - RDC : 1200 morts tués par la maladie à virus ebola

     - El ébola salta las fronteras del Congo y entra en Uganda

 

Bibliografia

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  • Wildlife Conservation Society: http://www.wcs.org

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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